Le coste italiane divorate dal cemento: ecco come se ne va il litorale

coste italiane divorate dal cemento

Allarmanti i dati pubblicato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale: è stato appurato come il 20% della costa italiana sia stata letteralmente ‘mangiata’ dal cemento e come il pericolo che questo fenomeno continui sia in agguato.

Quando il cemento fa male

Una mappa della penisola italiana come non si è mai vista prima: è questo ciò che l’ISPRA ha presentato a Milano proprio durante un convegno collaterale all’Expo e che trattava il tema del recupero del terreno nei confronti del cemento. La mappatura effettuata della ‘copertura artificiale’ dello stivale italiano non dovrebbe far dormire sonni tranquilli, anzi, i numeri che ne sono usciti fuori sono a dir poco allarmanti: sarebbero 500 i chilometri quadrati di costa italiana andati persi. Proprio così: una superficie pari all’intera costiera sarda e corrispondenti a circa il 20% della costa italiana è persa del tutto e per sempre: tra i territori andati persi per sempre ci sono ben 34mila ettari di aree protette, il 9% di zone a pericolosità idraulica e il 5% di fiumi e rive di laghi per non parlare di come il 2% delle aree non consumabili ovvero di monti, zone umide e pendenze sia stato evidentemente invaso dal cemento.

La nostra penisola quindi, non smette di perdere terreno nel senso letterale del termine, forse questa perdita non avverrà in modo così rapido come lo è stata in passato ma quel che importa è che non si arresta e a subirne gli effetti più devastanti è il territorio a scapito di chi lo abita, cioè noi italiani. La velocità a cui avviene questo consumo è di sei-sette metri quadri al secondo e ogni anno si perdono sempre più zone agricole coltivate, ma anche aree urbane e zone naturali vegetali e non.

Ecco le regioni e i comuni più a rischio

Quel che fa più rabbia è che anche i terreni più produttivi del mondo e da cui potrebbe ripartire il settore agricolo finiscono nella morsa inevitabile del cemento e ciò va sempre a discapito di chi abita tali terreni e di chi li lavora o vorrebbe. Eppure la velocità di consumo sembra diminuire di anno in anno, ma evidentemente non basta questo per fermare la cementificazione dell’Italia e a rendere meno preoccupanti i dati che sono venuti fuori dalla mappatura dell’ISPRA: dati alla mano sono più di 100 mila le persone che in un anno hanno perso l’occasione di portare sulle proprie tavole prodotti italiani di qualità. Quali sono le zone particolarmente interessate da questo fenomeno è presto detto: il consumo di suolo è cresciuto di anno in anno nelle zone periferiche soprattutto senza però lasciare all’asciutto le aree a bassa densità, e le città continuano a svilupparsi in maniera disordinata e senza lacuna considerazione delle ripercussioni di tali espansioni sul rischio idrogeologico: basti pensare a tutte le catastrofi cui la popolazione italiana è andata incontro e ha dovuto affrontare solo durante lo scorso anno tra i diversi dissesti idrogeologici avvenuti tra frane, allagamenti e alluvioni.

Il primo posto della classifica delle regioni italiane più cementificate e quindi più consumate se lo aggiudica la Lombardia a pari merito con il Veneto, mentre la Liguria, che pure lo scorso anno ha sofferto molto, può vantare la percentuale di suolo consumato più alta nonché la quantità di zone più ad alta percentuale di pericolosità idraulica. Non sta tanto meglio l’Emilia con il suo record per superfici a rischio idraulico, mentre nelle provincie di Napoli, Milano, Torino e Caserta si trovano i comuni più cementificati, primo fra tutti Casavatore che ha oltre l’85% di terreno sigillato.